Ai lettori
Gabriele Paradisi, alias Corto, alias Cieli Limpidi… (Forlì, marzo 1959…)

“Chi è nato fra gli anni 50 e 60 ha avuto la fortuna di avere due giovinezze: quella anagrafica e quella degli anni 70“. (Gabriele Salvatores)
“La memoria è la capacità di dare un posto al ricordo e in questo modo di farlo diventare parte dell’identità”. (Giovanni Moro, Anni Settanta, Einaudi, ottobre 2007)
Passati (abbondantemente) i quaranta, è del tutto naturale ritrovarsi a fare i “primi” bilanci… E con estrema facilità può succedere di scoprirsi tanto spietati sulle opere (o magari sulle omissioni) da noi compiute in età matura, quanto indulgenti sulle ingenuità della nostra ormai lontana adolescenza e fanciullezza.
Quelle decadi ormai perdute ci tornano al cuore con una dolcezza infinita, stracolme di immagini sfumate e per questo, paradossalmente, ancora più nette ed intense; quel tempo andato riemerge straripante di profumi, di emozioni e di persone purtroppo non più tra noi, ma sempre vive, come non mai, dentro di noi.
Mentre il presente, ma soprattutto il futuro, ci risultano incerti, pieni di insidie e di timori, il passato è un solido e rassicurante amico che niente e nessuno può più toglierci.
Il nostro passato è già stato e non potrà mai più non essere.
È un tempo tutto nostro, intimo ed assoluto. Immodificabile e dunque eterno.
Nei giorni più difficili e fragili è come un rifugio caldo e sicuro a cui tornare. Solo il ricordo di tempi sereni può alleviare almeno un poco le tormente e le bufere che ci scoppiano intorno.
È come rituffare la testa nel grembiule umido e profumato di cucina di nostra madre e sentire le sue mani di Kaloderma accarezzarci i capelli.
È come rivedere il sorriso buono di uno zio e sentire le sue braccia vigorose intorno alle nostre gracili spalle.
È come guardare nostro padre, camminare serio sul bagnasciuga un pomeriggio d’inverno. Vedere la sua eleganza, la sua compostezza e scoprire che sta ritrovando in noi la voglia di vivere ancora, la voglia di ricominciare una nuova e serena esistenza.
Gli anni ’70 sono il mio rifugio tiepido. Lo scrigno delle mie emozioni.
Sono un lenzuolo luminoso sotto cui nascondermi la domenica mattina quando il sole entra dalle persiane;
sono una cantina misteriosa, piena di mistiche biciclette e damigiane di buon vino da annaffiare a tavola la sera;
sono un pavimento di gres verde su cui spendere gli ultimi struggenti giochi da bambino;
sono i marciapiedi della periferia, affollati di ragazzini dai sogni vocianti nei pomeriggi quando gli alberi diventano rosa;
sono le ore spese col naso all’insù a indovinare in cielo le costellazioni incerte, immersi nel profumo della sera d’estate… pochi amici intorno… quelli che poi saranno, anche se lontani nello spazio, sempre con noi… per tutta la vita…
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I “Settanta”, non cominciarono un istante dopo la mezzanotte di San Silvestro 1969 e non finirono il 31 dicembre del 1979 (sassolino bianco!).
Il “decennio lungo del secolo breve” comincia ben prima, dalle code fertili dei turbolenti e mitici anni ’60 per terminare bruscamente nel 1980 già inoltrato.
Giovanni Moro nel suo prezioso e più volte citato volumetto “Anni settanta”, individua nitidamente i confini del decennio fissando dei paletti molto precisi.
“I Settanta iniziano e finiscono con due stragi purtroppo ancora non chiarite fino in fondo: la strage di Piazza Fontana a Milano (12 dicembre 1969, 17 morti, 88 feriti) e la strage alla stazione di Bologna (2 agosto 1980, 85 morti, oltre 200 feriti)”. [….]
“Si può dire che gli anni Settanta cominciano con la crisi dei governi di centro-sinistra organico, ossia governi formati da Dc, Psi, Pri e Psdi (caduta del governo Rumor a causa di una delle scissioni socialiste, luglio 1969) e finiscono con la conclusione dell’esperienza dei governi di solidarietà nazionale (approvazione di un preambolo da parte del congresso della Dc che esclude future alleanze con i comunisti, febbraio 1980)”. [….]
“I Settanta possono essere collocati tra l’«autunno caldo» (autunno, appunto, del 1969) e la «marcia dei 40.000» a Torino contro lo sciopero degli operai della FIAT (14 ottobre 1980). Essi vanno, cioè, dal massimo potere degli operai intesi nel senso tradizionale del termine (operai-massa, ossia lavoratori manuali inseriti nel ciclo produttivo dell’industria fordista) alla messa in discussione della loro egemonia non solo da parte dei quadri di fabbrica, ma anche dalle stesse maestranze, in una quantità e con una intensità tali da rendere impossibile ridurre tutto a crumiraggio”.
Quelli ora citati sono confini netti. Indiscutibili. Frontiere sociali e politiche, momenti di storia pura che segnano l’inizio e la fine di un tempo tremendamente preciso e dotato di una propria autoconsistenza. Non so quali altri decenni possano vantare un’identità così decisa, forte.
Ecco dunque che, con un confessato sentimento di nostalgia dolciastra ma anche col desiderio di capire meglio quel tempo in cui affondano le radici della mia stessa natura, mi accingo a dar vita a questo blog.
Sarà un luogo dove chiunque voglia, potrà lasciare una sua testimonianza di vita che aiuti a far luce e a ricreare l’atmosfera e l’ambiente di quegli anni.
Non solo un luogo per vecchi nostalgici dunque, ma un vero e proprio laboratorio di studio e di ricerca.
Ora metto in moto la macchina del tempo… spero per andare lontano… qualcuno vuole salire insieme a me?